2010
La lingua langue

Texts of the Italian poet Tiziana Colusso translated into Arabic Bengali Bulgarian Danish English French
Japanese Latvian Romanian Slovak Spanish Ukrainian. Preface
Jean-Charles Vegliante – Université Sorbonne Nouvelle

A NOTE BY THE AUTHOR

This booklet, that is due to the kind interest of Associazione Eurolinguistica-Sud toward my work, collects the translations that were made of some of my poems from 2003 to 2010. Not a long lenght of time, but it has been for me an intense period of travelling among Poetry and Literary Festivals, Meetings, Readings. This was (and still is) possible thanks also to my role as elected member of the Board of the European Writers’ Council, which has put me in touch which a number of Writers’ Organizations all over Europe, and with single writers and poets. A net of contacts that often outgrew the boundary of Literature, to become warm friendships, despite the geographical and sometimes cultural distance. From each of my literary journeys, I took home not only interesting Magazines and Anthologies with some of my texts translated into languages that I could often only admire as one does with a picture, but also a lot of friendly souvenirs of walks, discussions, drinking, shopping, singing exchanging books and dedicaces….It is impossible to reproduce here all these flavours and sounds, but I hope that some of these feelings are passed on in the translations, transforming them into something more that an «academic» work of literary transposition from a language to another.
I want here thank all the organizers of Festivals and Meetings, and expecially all the translators of my texts (they are listed in the opening of the relevant sections of the book): they are mostly poets and writers, or passionate professors of Literature, or devoted and expert literary translators.
As a homage to France, where I resided for a couple of years and where I left more than a piece of my heart, I decided to choose for this book a title that is a jeu de mots, a play of words, in Italian and French: «la lingua langue».
Tiziana Colusso

PREFACE by Jean-Charles Vegliante
Poète, professeur et directeur de recherches à la Sorbonne Nouvelle Paris III (CIRCE – Centre Interdisciplinaire de Recherche sur la Culture des Echanges)

Che cosa scorre se non è sangue sotto l’altra lingua come sotto una pelle piumata di facili ali? di chi ali non ha, non piume? Qualcosa che la propria lingua non ha “bisogno” di far muovere, di smuovere forse, tra le foglie (i fogli, parafrasando Fortini) della sola sua letteratura? Questo ho pensato immediatamente quando Tiziana Colusso mi ha chiesto di scriverle due pa-role rapide, almeno di placet per l’imminente suo libro plurilingue La lingua langue – ossia “La langue longe” peut-être (faute de mieux), comme une limite, une entrave, un lien ? Je n’y avais pas pensé lorsque j’écrivais smemorato ce même presqu’identique syntagme, pour une diffusion microscopique entre amis fous de poésie (“Barbablù” n°1, 1979 – mais, plus exactement : “la lin-gua langue”, un peu moins radical, alors qu’il est bien mieux déployé ici à la fin du deuxième mouvement du poème : “làngue / la lingua langue”), en un vertige hyper-traductif qui n’était pas loin celui que nous lisons aujourd’hui dans ce livre.
Questo avevo pensato, e poi mi torna a ronzare nella memoria involonta-ria, vera fonte infinita incontrollabile dell’intertestualità, l’attacco de Gli squali sereniani (senza piume infatti, né pelo): “Di noi che cosa fugge sul filo della corrente?…” (Gli strumenti umani). Là d’estate si trattava, anzi delle “nostre estati, lo vedi”, mentre con Tiziana Colusso c’è sempre un urgere di più immediato quotidiano, di più distrutte aspettative umane e politiche. La rin-corsa inutilmente allora si affida all’accumulo, a figure di adjectio anche sonora, come in (manco a dirlo) L’epoca scorre via: “intasata incenerita indemoniata turlupinata / inferizzata polverizzata spappolata enfatizzata”… fino a climax (o bathoi) di tipo che a me parve baudelairiano (“… ce livre saturnien, / orgiaque et mélancolique”… 1868). L’orgie allait proliférer avec Rimbaud, après l’écrasement bestial de la Commune, un peu comme aujourd’hui (poliment) après les preuves de mépris répétées pour les idées et les désirs (les désirs des idées) des meilleures jeunesses européennes, de Gênes à Rennes à Berlin. Presque sans morts, cette fois, car le progrès existe.Comunque, ci si rammemora sempre, si ritraduce… Quindi l’accumulo, l’enumerazione caotica, l’omeoteleuto e via dicendo, sono in fondo altre forme nascoste di traduzione (di autotraduzione), così come il ricorso a codici diversi – e se ne vedono qui parecchi – a cominciare dall’altra lingua, usata in quanto arricchimento e variatio di avvicinamento all’intento nascosto, forse “immemore” (non smemorato), della necessità espressiva: ove “non c’è punto fermo in questo divenire / point de devenir / solo un ritmo binario / flusso e deflusso / inspiro ed espiro / pieni e vuoti…” (ecc.) quasi a voler mimare il flusso del sangue, del respiro, del ritmo poetico, del vento primordiale percepito da chi pare esperto(-a) di vera meditazione. Corpo e mondo, l’orgie per l’appunto nel significato più puro di Rimbaud.
Se tutto, finalmente tutto “si dispone sulla tela del tempo e lì /continuamente esiste”, qualcosa forse raggiunge l’utopia di un’îleflottando improbabile, eterna-mente entre les langues, anzi inarrivabile in quell’entrelangue che la genesi traduttiva (proprio in senso di una genetica del testo), la sem-previva rosa proteggerà. Tradurre, muoversi nel multiplo della plurilingua “là dove ‘l suo amor sempre soggiorna”, abitare la bi-appartenenza dei non-luoghi, dire malgré tout in quel qualche codice trasversale improbabile, signi-fica anche non mai cominciare (per non mai dover finire, ovviamente), scorrere e “fuggire” sotto la superficie linguistica dell’una o dell’altra convenzione. Di utopia si tratta, è stato detto, e di dolore perché sono cose che oggi – ma forse già da Leopardi riletto in tempi vicini – ben sappiamo: La lingua langue, sì, non si piega (né permette di nascondersi), duole. Ché “non v’è paradiso” (Frénaud). Anzi è tutto un “naveggiare”, dove il verso (îleflottando) isola pur sempre, come sempre, provocando smottamenti e slittamenti di già all’interno del proprio padrecodice: “chi semina vento raccoglie dunque”. Lo sapeva, eccome (India is great) Susan Sontag, pure (ancor) fiduciosa ella di poter preservare un significato alla nostra “India generalizzata” (The World as India, scriveva); ma i nostri “cascami di opulenze” alimentano ben altra “quête o questua”, ahinoi, per sopravvivere in questi ciclonici – ma cortesi, correct – movimenti. In attesa del recupero (splendido titolo preso a Elitis, Il sanscrito del corpo), della riconciliazione con chissà quali primordi; un’utopia ancora ma di tempo e tempi, prima del disastro presente – la forme d’une ville… (Baudelaire di nuovo: “ci sono città nel corpo / più numerose dei corpi nelle città”), della dispersione. Les “miettes de néant” (ma sbriciolato nulla è più nullo ancora), les intillimani anciens et les souvenirs d’énormes migrations amérindiennes /américaines, jusqu’à l’exultation dans l’océan de la vie, le samudra, enfin fondu à nouveau “sotto la pelle trasparente, dissec-cata / una vita quasi vegetale: sospiri, flussi…” dans “l’alphabet universel”, vers et musique ensemble “dans tous [ses] états”, musique du vers de lame-langue tendue en direction d’une communauté fraternelle pourtant : celle de la production italienne contemporaine en poésie, “tagliente / avanguardia / del buio”.

2010, Ed. Eurolinguistica

ISBN 978-88-96267-035

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