indice degli interventi critici, suddivisi per titoli, e all'interno di ogni titolo in ordine cronologico

 

Il sanscrito del corpo, Fermenti Editore, Roma, collana controsensi/album n.19, 2007 (poesia)

Giulia Niccolai,  prefazione al libro

Piera Mattei, recensione, che sarà pubblicata sulla rivista "Pagine, trimestrale di poesia internazionale" (Roma) nel gennaio 2008

Donato di Stasi, De purs mots qui font toutes choses plus véritables. Diplofonie critiche su "Il sanscrito del corpo"  di Tiziana Colusso, recensione-saggio pubblicata sulla webreview LE RETI DI DEDALUS

Francesco Muzzioli, recensione, pubblicata sul sito della casa editrice Fermenti

Nino Contiliano, lettera-recensione all'autrice, settembre 2007

Due interventi sul sito LITERARY: Luciano Nanni (LITERARY n.6/2007) e Francesco Mandrino (LITERARY n.12/2007)
 

Italiano per straniati , Milano, Fabio d'Ambrosio editore 2004 (poesia)

Domenico Donatone, Italiano, lingua per straniati. "Il Riformista" 29 agosto 2006 pag.8

Piera Mattei, lettera all'autrice, febbraio 2005

Mario Lunetta: Tiziana Colusso: un elastico teso tra Beckett e Buddha, rivista L'IMMAGINAZIONE (Manni Editori Lecce) giugno 2004

La criminale sono io - ciò che è stato torna a scorrere, Roma, Arlem, 2002 (romanzo)


Marco Palladini , presentazione del libro presso la libreria Odradek, 2002
 

 Né lisci né impeccabili , Roma, Arlem Editore 2000 (racconti)

Toni Maraini , presentazione a Roma, Saletta del Sindacato Nazionale Scrittori, 22 marzo 2001

Mario Lunetta , Un mandylion di immagini/parole in occasione dell'evento Il libro delle sindoni 2001

Enrico Frattaroli , Il libro delle sindoni, Intervento letto in occasione della presentazione presso il Sindacato Nazionale Scrittori, il 22 marzo 2001.

Marco Palladini , presentazione alla Saletta Sindacato Nazionale Scrittori 22 marzo 2001

Plinio Perilli, recensione pubblicata ne L'illustrazione letteraria ottobre 2001




Mario Lunetta, Un mandylion di immagini/parole

(in occasione dell'evento Il libro delle sindoni 2001, galleria IL LABIRINTO - V.dei Fienaroli Roma)

La voce grafizzata di Tiziana Colusso non accetta la condizione statica della scrittura. Non riesce a subirla come dimensione di appeasement, pausa contemplativa, riposo da itinerari sconnessi; in una parola, ORDINE. Al contrario ne avverte, anzi ne percepisce con forza le potenzialità di sopruso, il sempre presente conato autoritario. Nello spazio tra esiguità dell'esperienza e illimitatezza della scrittura in quanto dominazione, si esplica nei suoi testi (drammaticamente, e con ironia accentuatamente perfida) la sfida della parola che vive di continue aggressioni ai danni del Codice, del Cànone, della Sintassi accreditata. Nessun gioco diplomatico: esclusi gli interventi di tutte le ambasciate letterarie. La guerra non è dilazionabile, e la letteratura è la continuazione della guerra con altri mezzi.

I testi di Tiziana non ricadono mai su se stessi, non cedono alla tentazione così diffusa di perdersi nell'esplorazione del proprio ombelico. Il fatto è che i suoi intenti non sono costruttivi nel senso convenzionale, ma responsabilizzanti nei confronti di chi li fruisce (stavo per scrivere: di chi si attenta a fruirli). Troppo spesso, nella vague "decostruzionista", ormai velocemente invecchiata, l'opzione della neutralità rispetto al mondo vuoto si è determinata come assenteismo rispetto alla scrittura e ai suoi vuoti possibili, che sono ovviamente sempre costipatissimi. La Colusso non cade nella trappola. Il mondo, per lei, esibisce spudoratamente la propria devastazione, cercando di imporre in essa l'accentramento della sottrazione di senso sostituita da catene (tacite o proclamante) di divieti. E' una strategia dell'imbecillità programmata, cioè dell'obbedienza. Tiziana oppone a tutto ciò una scrittura violentemente consapevole, non priva di tratti sovversivi. Il ricatto della letteratura come serenità e luogo di pacificazione non funziona nei suoi confronti.

La sua convinzione si fonda sulla certezza che la letteratura abbia ancora una funzione solo se si prova a mettere in scacco le sicurezze e le garanzie che offre il consumo della scrittura confezionata come medium per esporre (appunto, come nella vetrina di un negozio) storie rassicuranti e, alla fine, edificanti. E' la sigla della postmodernità, l'incontro, la saldatura tra banalità dell'immaginario elettronico e prevedibilità del pensiero posto sotto tutela (ideologica, politica, religiosa). Gli si oppone, nei testi colussiani, un pensiero impregiudicato (quindi, libero) che autodetermina i propri movimenti e disegna la propria frantumazione. Il gioco è senza rete. Il fruitore non gode di nessuna assicurazione, né sulla letteratura né sulla vita. E' davvero nei guai: provi a cavarsela come può, se può. L'universo frantumato dell'autrice è di volta in volta disseminato, nel suo estremismo senza commenti e senza didascalie, come una serie di interrogazioni che non pretendono risposta, e bruciano come piccole torce inconsumabili nella torva notte della sonnolenza diffusa.

Si tratta di torce né lisce né impeccabili, proprio perché non sono torce rituali, ma bruciano nello stesso modo in cui brucia la scrittura tutte le volte che il LIBRO non è un contenitore ma un comburente. Parole gualcite, stropicciate, impatinabili insomma: esattamente come i testi iconici di Enrico Frattaroli, suo partner-complice in questa impresa di radicale laicità che si nomina Il libro delle sindoni, "perturbazioni testuali e visive" - iuxta sottotitolo. Due intelligenze che si confrontano e si integrano, quella di Colusso e quella di Frattaroli. Due modi di costruire alternative inattese di fronte alle aspettative di chi auspica la compiutezza esente da dubbi delle forme codificate. Una proposta discretamente blasfema, perciò: in tutti i casi, non priva di quella componente sarcastica che nei linguaggi della modernità più puntuale e perifrastica a me pare indispensabile come l'acqua l'ossigeno.

Com'è noto, il lenzuolo più famoso del mondo, quello che la vulgata chiama Sacra Sindone, è stato sottoposto nei secoli (nei millenni, per i credenti) a tutta una misteriosissima serie di traumi e contaminazioni. Le analisi con il carbonio 14 hanno cercato di fare chiarezza nell'intricatissima foresta delle supposizioni, delle ipotesi e delle mistificazioni, con risultati disperatamente opinabili, ai quali - è da supporre - va commisurato almeno il rispetto per certe elementari ragioni dell'intelligenza.

L'irriverente duo Colusso-Frattaroli si inserisce nella confusa scacchiera dell'"Enigma Torinese" con spirito assolutamente alieno da qualsiasi pulsione teologico-fideistica: e si appropria dell'imago sindònica per realizzare una sorta di metonimia laica. La loro è una strategia rovescia, che all'Assoluto della compiutezza della Sacra Sindone oppone il Relativo della frammentazione linguistica, la perdita di centro dello specifico espressivo. In loro, l'ostensione allegorica del Mandylion, del Grande Fazzoletto 4,36 x 1.10, non replica ad infinitum se stessa come nella realtà del celeberrimo sudario, ma occulta e complica il senso della Narrazione Impossibile: è un'ostensione di oscurità, di reperti dispersi, di tracce fantasmatiche.

Frattaroli si dà come cercatore di orme, cacciatore di impronte abbandonate da qualche marciatore senza speranza. Il suo connubio con le schegge veloci di Tiziana Colusso non è una promessa di placamenti, ma una spettrografia di apparizioni ulteriori la cui decifrazione non può riuscire in nessun caso definitiva. L'insoddisfazione cementa clasticamente gli esiti dei due perfomers "sindonici" e li esalta nella stretta dello stile. Uno stile, si direbbe, della scarnificazione permanente, dell'essenzialità feroce, dell'eleganza aggrinciata di spigoli. Uno stile perturbato, che si nutre di inquietudini e di assenza. Uno stile che del desiderio fa insieme la propria divisa e la propria aspirazione dannata. "Nelle mie Perturbazioni - osserva Frattaroli - la perturbazione è corpo, la tela è impronta (materia perturbata), il supporto memoria della sua forma geometrica, non perturbata (il formato astratto). Nella sindone di Colusso, il desiderio è corpo (il perturbante), la tela è scrittura (linguaggio turbato), il supporto è il formato". E il fruitore è avvertito: "Il libro delle sindoni è ancora da scrivere".

Accademia Platonica, settembre 2001

 

Enrico Frattaroli Il libro delle sindoni
Intervento letto in occasione della presentazione del libro Nè lisci né impeccabili di Tiziana Colusso presso il Sindacato Nazionale Scrittori, il 22 marzo 2001.

La mia posizione nei confronti di questo testo non è del tutto distaccata, non può esserlo. Me lo impedisce l'essere stato complice dell'autrice nel ragionar d'amore. Me lo impedisce, soprattutto, la copertina del libro, su cui appare l'immagine di una Perturbazione, cioè di una mia opera. Un'opera visiva che Tiziana Colusso volle porre in risonanza con il titolo - poi revocato - di Una sindone formato A4. Un racconto dallo strano destino, scritto appositamente come soglia del libro, caduto in prescrizione come titolo e sparito dalla pubblicazione come racconto, ma in cui io credo di ravvisare la chiave di questa raccolta, o piuttosto di una raccolta a venire.

A questa silloge di testi, Tiziana Colusso ha cambiato più volte titolo e immagine di copertina. S'intitolava Il Buddha femmina (il racconto è tuttora presente nella raccolta) quando, nella primavera del 2000, ne lessi la redazione dattiloscritta. Ma l'aveva già intitolato Ancora un satòri a Parigi, e, successivamente, Anche la voce non avrà fine (entrambi parte dell'attuale scelta). Optò per Crespature a metà settembre. Ai primi di ottobre, dopo una breve suggestione per Movenze, puntò definitivamente su Né lisci né impeccabili.

Quando la informai che uno dei racconti intorno ai quali si sarebbe mosso questo mio discorso sarebbe stato Les acrobates en gris (Gli acrobati in grigio) venni a sapere (o avevo dimenticato?) che il famoso quadro di Leger a cui il racconto s'ispira avrebbe dovuto, a suo tempo, prestare anch'esso e titolo e immagine al libro. Non solo, venni anche a sapere (ma forse l'avevo dimenticato) che l'immagine legata a Una sindone formato A4 avrebbe dovuto essere, in un primo tempo, un'opera di Ives Klein, l'impronta di un nudo femminile - in blu-Klein, naturalmente - su lenzuolo bianco.

Se mi dilungo sulla scelta del titolo e dell'immagine di copertina, è perché il dilemma di Tiziana Colusso io non credo fosse legato a una questione di soglia o di strategia comunicativa, ma a un'esigenza profonda di cogliere, nel modo più esatto possibile, qualcosa di instabile, di sfuggente, qualcosa che aveva a che fare con il tema dei racconti, con la tecnica della loro scrittura e con l'architettura complessiva del testo: in tutti e tre i casi, con qualcosa che si comincia a possedere a partire dalla sua stessa perdita o dalla minaccia di una perdita definitiva, e che "chiede di essere salvato".

Sindoni, satòri, crespature, movenze. Ogni racconto, in fondo, è una sindone, un satòri, una crespatura, una movenza. In ogni racconto, qualcosa muta nell'ordine piano delle cose, un evento prende le mosse a partire da un altro, si stacca, si staglia, coglie il soggetto di sorpresa, lo spiazza dall'interno, lo conduce di fronte a qualcosa d'inaspettato, di rivelato. Un desiderio in fieri, che porta alla deriva o prende alla gola, un desiderio perduto o un desiderio goduto le cui tracce stanno dileguando.

LES ACROBATS EN GRIS
Più che un racconto, è un'immagine in sospensione, la cui fragranza di desiderio appena appagato ristagna nell'aria ferma e sui corpi acquetati: nelle dita di lui che accarezzano la fronte e le labbra di lui, nella coppa della mano di lui che contiene il seno ancora ansante di lei, nella prossimità della testa di lei all'inguine di lui. Bave di desiderio esaudito, madori di piaceri goduti, dissolvenze di turbamenti carnali. Una perturbazione dei sensi, còlta un attimo prima del suo totale dissolversi. Prima che la superficie della vita, increspata dal desiderio, torni alla dimensione piana a cui il desiderio l'ha sottratta.

Ho sempre concepito il tempo del desiderio come verticale rispetto al tempo orizzontale in cui si dispongono gli eventi non toccati dalla sua ferocia o dalla sua grazia. Il tempo del desiderio è incommensurabile col tempo in cui scorre il resto della vita. Se in un momento qualsiasi, di una qualsiasi giornata, un desiderio di colpo ci sorprende e prende forma in noi, noi sentiamo che quel desiderio, per sua natura, esige il distacco dalla concatenazione degli eventi. Suadente o dispotico, il desiderio esige tutto il tempo per sé, tutta l'attenzione, tutta la dedizione, la sospensione totale di qualunque altro avvenimento in corso di vita. Ecco dissolversi, allora, il tempo tout court ed ergersi, al suo posto, il tempo del desiderio. Un tempo che non scorre, ma si contrae, o si annoda, o si espande in se stesso.

I nostri "acrobati" in viaggio, colti dalla lievitazione di un desiderio divenuto ormai "irrevocabile", sono stati costretti a sospendere il viaggio, a dismettere la meta, ad arrestare la corsa per dar corso a un turbamento che li aveva già oltrepassati. Tutto è avvenuto nell'ora panica del meriggio, nella calura estiva che allenta le fibre e la logica, spopola il paesaggio, rende immobile il tempo.
In scrittura, un'isotopia della quiete: "riposo", "immobilità", "spossatezza", "levigatezza", "quiete geometrica", "inespressività marmorea". Più che un racconto, è un fermo immagine. Ancora pochi istanti, giusto il tempo che sopisca del tutto l'ansimare di lei, che la coppa delle dita di lui si stanchi intorno al seno di lei, che il movimento delle dita dell'altro si perda sulla fronte di lui, che l'inguine dell'uomo al volante sia abbandonato dalla testa di lei ed ecco che il viaggio riprende, e nell'orizzonte tornano a inscriversi di nuovo la strada e la meta.

Questo rapporto di reciproca esclusione, o di indeterminazione, fra tempo quotidiano e tempo del desiderio si riscontra in più, forse in tutti i racconti. In Alba d'inverno, un'improvvisa accelerazione del desiderio spinge l'operaio a derogare dalla tabella di marcia di fabbrica e di vita e a deviare nelle braccia di una prostituta. Nello splendido Passeggeri in transito, ci si muove in un'atmosfera panica artificiale, in una sorta di luogo senza tempo tinto, sospeso in un crepuscolo perenne, luogo di incrocio e mescolamento di destinazioni, di provenienze e di fusi, clima quanto mai fertile per accendere il desiderio come in un meriggio estivo. In Hammam la protagonista si lascia intorpidire dai vapori, dai massaggi, dai profumi fino a non avere più la forza di rientrare nel tempo, di guardare l'ora, prendere l'aereo, ricordare la meta. Nella Canzone dell'acqua un desiderio più vasto e profondo distoglie la donna dall'appuntamento con l'uomo che l'attende: il piacere che già comincia a colmarla entra in risonanza con l'acqua di una fontana, di fronte alla quale si è fermata a dissetarsi sulla piazza al tavolo di un bar, un piacere fluido e sonoro che l'invade fino a cancellare tutto lo spazio (la piazza, il tavolo, il caffè) e il tempo (l'appuntamento amoroso). In Nemmeno una goccia, dove sembrerebbe accadere esattamente il contrario, l'uomo gode nel porre il proprio godimento in bilico sulla porta di casa, sull'orario di uscita per il lavoro; piacevolmente e crudelmente rifutatosi per tutta la notte al desiderio della moglie nel letto coniugale, ora gode nel contrapporre il tempo quotidiano al tempo straordinario del desiderio, a contrappuntare col calpestio dei bambini per le scale la sua fellatio, ad opporre la camicia immacolata al suo orgasmo, la perfezione del suo vestito in lino azzuro al suo sperma, da nessuna delle gocce del quale dovrà essere macchiato.

UNA SINDONE FORMATO A4
Fin dalle prime righe di
Una sindone formato A4, la scrittura si prefigura come rapporto fisico, corpo-a-corpo emblematicamente cercato nell'uso di una vecchia macchina per scrivere che implichi sforzo fisico. Scrittura già metaforicamente legata ad un rapporto d'amore, al raggiungimento di un acme per violazione di "vetta immacolata".
Anche qui, la situazione è post-amorosa, il tempo rilevato è l'istante "incerto", "infido", in equilibrio tra la notte e il giorno, sospeso tra la conservazione e la perdita. Qui, scrivere è trattenere qualcosa che sta per dissolversi, non narrandolo, ma trascrivendone le tracce odorose direttamente sulla pagina. La traccia dell'evento, infatti, è già scrittura, e il corpo è la pagina su cui è già inscritta.
Ma troppo labile è la traccia "di cannella e corteccia", troppo fragile la carta del corpo. Non c'è tempo per la narrazione: "sfila il foglio dalla macchina e lo appoggia con delicatezza al suo ventre odoroso, come una sindone in formato A4." Trasmutazione diretta del desiderio in scrittura. Scrittura come impronta di tracce che il desiderio ha lasciato sul corpo in forma di odori, di umori. Non narrazione di qualcosa, ma trasmutazione di quel qualcosa in scrittura. "Il corpo del foglio è un lenzuolo immaginifico…": doppia trasmutazione, quindi, e di scritture e di corpi: delle tracce odorose in scrittura, della pagina del corpo nel corpo del foglio.
La sindone è corpo, dunque: non semplice orma, ma forma fisica, corporea della mancanza.

PERTURBAZIONI
L'algoritmo delle mie Perturbazioni è questo.
- Primo passaggio. Stendo una tela (una trama di cotone, finora in bianco o in nero, impregnata di collante liquido) su un piano di eguale forma e dimensione (una lastra in vetro, perspex o PVC). La rendo perfettamente liscia e distesa, perfettamente coincidente col piano geometrico che la sottende.
- Secondo passaggio. Imprimo alla superficie un movimento o una sequenza, ridondante o contrastante, di movimenti: la sfioro, la sospingo, la sollevo, l'accarezzo, la tendo, la contraggo: la superficie s'increspa, si corrùga, si tende, sale, ricade: pieghe di varia natura si creano, si sommano, si formano protuberanze, turgori …
- Terzo passaggio. Mi fermo: la lascio asciugare, rapprendere, fissare.

Sotto la perturbazione impressa dalle mie mani, la tela ha lasciato scoperte intere regioni del piano sottostante. Essendo le due superfici equivalenti, ne consegue che l'area scoperta del piano è identica all'area della tela turbata. Spesso questa equivalenza sorprende, sembra impossibile che uno slittamento così modesto abbia prodotto un movimento così ampio. Che una così scarsa superficie piana abbia dato luogo a un'orografia così turbata e complessa. Ma il piano, immutabile nella sua geometria, sta lì ad attestarlo, a rendere tangibile la misura dello slittamento, la distanza fra i due stati, geometrico e turbato, della tela. Nello spazio di questa oscillazione, si inscrivono tutte le perturbazioni di uguale equipollenza, pur nell'infinita diversità della forme raggiunte.

SINDONE & PERTURBAZIONE
La scelta di una mia Perturbazione come chiave visiva del libro ha fatto sì che il libro diventas-se chiave poetica della mia opera visiva. Un'opera ne interroga un'altra. Un'opera dà all'altra l'occasione di capirsi, spiegarsi, interpretarsi, trasfigurarsi… Non un rapporto emblematico, araldico, quindi, ma un rapporto di traduzione, di trasmutazione reciproca.
Non avevo mai pensato alle mie perturbazioni come sindoni. È vero, un giorno il mio amato, osservandola da lenzuola non meno perturbate, mi aveva chiesto - tra il candido e il provocatorio: "è una sindone?". Sulle prime rimasi sconcertato, certamente per l'immediata e involontaria associazione con quella Sacra. In più, il concetto di sindone non mi restituiva il carattere autoreferenziale della Perturbazione, irrelato a un qualsiasi oggetto di cui fosse la forma. Se di qualcosa era l'impronta, pensavo, lo era unicamente del corpo-a-corpo con le mie mani.
E non era forse concepibile che questo corpo-a-corpo fosse esattamente il corpo di cui la tela era l'orma, l'impronta, e, quindi, la sindone? L'effetto sindone non è dato solo dal lenzuolo, o dall'impronta, ma anche dall'istante raggelato, fissato sulla tela, nella tela, dalla tela come da un'emulsione fotografica. (Forse la Sacra Sindone è la prima lastra fotografica, il primo dagherròtipo ante litteram della storia. Non a caso è un negativo, un'orma, un'impronta.). Non impronta di un corpo, quindi, ma di un evento, di un turbamento in atto, del movimento di un desiderio direttamente trasferito nella materia stessa della tela.

RICAPITOLANDO
- Il titolo e l'immagine del quadro di Leger credo fossero troppo definiti e circoscritti per abbracciare la varietà di attraversamenti di desideri e scritture.
- Le impronte di Klein sono impronte di corpi, pure orme fisiche. La tela è un supporto, il blu è l'orma, il corpo è l'oggetto.
Invece.
- Nelle mie
Perturbazioni la perturbazione è corpo, la tela è impronta (materia perturbata), il supporto memoria della sua forma geometrica, non perturbata (il formato astratto).
- Nella sindone di Colusso, il desiderio è corpo (il perturbante), la tela è scrittura (linguaggio turbato), il supporto è il formato (l'A4),

Ciò che Tiziana Colusso alchimicamente cercava, quindi, era il paradigma, la matrice, l'algoritmo fondamentale di un'operazione di scrittura a cui ricondurre ogni satòri, ogni crespatura, ogni movenza. Vale a dire una sindone intesa come tecnica stessa di scrittura. Scrittura del desiderio (genitivo soggettivo), verticale come il tempo del desiderio (altro genitivo soggettivo), scrittura in forma di sindone il cui libro è l' immenso "lenzuolo immaginifico, pronto a raccogliere", come lei vuole, "altre voci, altre invocazioni".

Non tutti i racconti né lisci né impeccabili riconducono a questo paradigma. Il libro delle sindoni, infatti, è ancora da scrivere.


Marco Palladini Appunti su Né lisci né impeccabili

Leggendo i racconti della Colusso mi è tornata in mente l'ironica filosofia di uno dei personaggi femminili di Oscar Wilde: "L'uomo, il povero, impacciato, affidabile, necessario uomo, appartiene a un sesso che è razionale da milioni e milioni di anni. Non può farne a meno. È nella razza. La Storia della Donna è molto diversa. Noi abbiamo sempre costituito una pittoresca protesta contro la mera esistenza del buonsenso. Ne abbiamo visto i pericoli fin dall'inizio".

Né lisci né impeccabili mi appare un libro perfettamente contiguo e organico a questa, squisitamente muliebre "protesta contro il buonsenso". Ciò in forza del suo baricentro tematico che è quello del Desiderio, variamente e sapidamente declinato. Fu negli anni '70, se non erro, con la pubblicazione italiana di L'anti Edipo scritto da Gilles Deleuze e Felix Guattari, che anche dalle parti della sinistra culturale antagonista si cominciò a passare dalla marxiana Teoria dei Bisogni ad una postfreudiana teorizzazione dell'Inconscio come Macchina Desiderante. La macchina del Desiderio veniva descritta come nomadica e inafferrabile, e si sottolineava la sua natura ontologicamente trasgressiva, in quanto ribelle ed eversiva nei confronti di qualsivoglia regola o istituzione politica, sociale e culturale. La macchina del Desiderio era, per Deleuze e Guattari, la leva prima per rilanciare il gioco, per riaprire l'orizzonte dell'Utopia, nel momento stesso che andava in crisi il progetto della Rivoluzione (non a caso il sottotitolo del loro saggio era "Capitalismo e schizofrenia").

Il libro della Colusso, magari inconsapevolmente, mi pare riarticolare tale discorso, e proporsi come opera programmaticamente, "ideologicamente" utopistica, perché crede, totalmente, alla verità del Desiderio, alla potenza della macchina del Desiderio. Basti pensare al racconto XVI ("Verso casa") dove un uomo intrappolato nel traffico, si accende di desiderio erotico e molla la macchina in mezzo alla strada e corre a piedi, a perdifiato verso casa, per abbandonarsi prima che può all'ebrezza della pulsione sessuale. Qui nella volontà di soddisfazione del più madornale dei desideri, deflagra la rivolta comportamentale contro "il buonsenso", e si delinea un movimento in cui il basso del Piacere viene sospinto verso l'alto dell'Utopia - inteso come il regno dove gli impulsi del soggetto si affermano versus ogni norma e imposizione, costituendosi oggettivamente come atti sovversivi.

Il fantasma del Desiderio che circola ossessivo, invasivo, implacabile nel libro è il fantasma della libertà assoluta, dunque una figura automaticamente associabile alle istanze dell'Utopia. La macchina dell'Inconscio attiva le epifanie del Desiderio che nei microracconti della Colusso si incarnano in uno status epifenomenico, tanto sociale e familiare quanto individuale o, tout-court, asociale. Secondo avevano, però, inteso Deleuze e Guattari, il Desiderio in quanto macchina eversiva dà luogo a conflitti, anche tragici, può essere e, spesso, è un impulso violento, di rottura cruenta. Il Desiderio è terroristico, e nella sue traiettorie di scontro con le regole del mondo può precipitare nella schizofrenia, nelle dinamiche di scissione e derealizzazione tanathofila; il Desiderio non è mai innocente, è anzi nocente, nocentissimo. Il Desiderio è un luogo anfibologico del soggetto che può innescare, a seconda dei casi e delle evenienze, patologie ora distruttive ora autodistruttive.

Nel racconto XXVIII ("Noi") abbiamo quasi l'istantanea di una diruta spiaggia ai margini di una città, dove in un tempo notturnale e autunnale, due amanti si avviluppano e si appolpano l'uno nell'altro, come cercando più che una carnale penetrazione, una organica e totale compenetrazione. Ecco qui affiorare un'altra diramazione del filo tematico, assiologico del libro. Il Desiderio si traslittera nel desiderio di un essere altri, diversi, trasvalutati, metamorfosati, forse annichiliti, e perciò stesso magari "eternizzati". È molto femminile questa percezione di rifrazioni del Desiderio che si dipana, narrativamente, nell'esperire nuances di sensorialità, di vibrazioni materiche, frattali pulsioni a dissolvere ogni antitesi tra corpo e memoria, tra anima e carne. E com'è pure autoriflettente, nella scrittura della Colusso, quel continuo apparire di donne e/o donne-bambine pigramente, sensualmente, voracemente sprofondate nel letto, direi quasi "identificate" col talamo, col suo calore, col suo ambiguo - maternale e puttanesco - candore. È questa la zona privilegiata dell'identità narcisistica del Desiderio, dove più si disfrena l'egotismo del soggetto desiderante.

Altre zone si rinvengono di codeste "microgeografie" del Desiderio: innanzitutto quella onirica (in cui vari sogni si tramutano direttamente in raccontini, lasciati alla libera interpretazione del lettore). C'è poi quella polaroid: fotoscatti diegetici che congelano un momento, una situazione, che flashano un "fermati attimo! sei bello (o straziante, o crudele o tutte queste cose insieme)".

Interessante è la zona fetish: dove circola un viluppo di sentimenti e rappresentazioni di desideri squisitamente feticisti. Penso ad alcuni racconti "lunghi" come il VI ("Mida alla circonvallazione est") dove la protagonista vernicia d'oro la propria casa, la propria gatta e, infine, se medesima in una trionfante ipostasi da installazione mistica neopop. Il XVII ("Formaldeide") in cui la moglie di un impagliatore mummifica un giovane ospite in un delirio di brama/possesso necrofilo, da esposizione museale o da wunderkammer (horror). Il XXXVII ("La reliquia") dove nella casa di un famoso scrittore romano appena deceduto (e il cui ritratto richiama palesemente il profilo di Alberto Moravia), una modesta, anziana domestica taglia e ruba il ciuffo dei capelli del cadavere, come a voler appunto conquistare dell'antico padrone un prezioso mortuario feticcio, salvo essere scoperta e inchiodata all'inveterato stereotipo della "serva ladra e bugiarda".

Meno significativa la zona delle zone topologiche del libro. In genere l'ambientazione dei racconti è astrattizzata, avulsa dai luoghi reali. Quando è nominata essa oscilla sull'asse Parigi-Roma. La nominazione della capitale italiana è indiretta, per sineddoche. Torna, per curioso privilegio, due volte la zona popolare di Pietralata, e viene una volta indicata la zona residenziale e di lusso dell'Olgiata.

Ben più significativa nel volume la zona noir, che ha il suo miglior esempio nel secondo racconto ("Morgue formato famiglia"): un nucleo familiare altoborghese, padre, madre e figlia adolescente, stretto in una reciproca estraneità dolorosa, in una vicendevole, malata, incurabile ostilità. Che ha sospinto la figlia sulla via di una sorta d'ascetismo vegetariano-spirituale, sindrome in verità di un puro autismo nichilistico. Che puntualmente si concretizza quando il padre scopre nottetempo il cadavere della figlia autoibernatasi nella ghiacciaia. Qui il Desiderio si dà, invero, come assenza, impossibilità di desiderare più alcunché. L'antidesiderio è vissuto come autorepressione, come soppressione della lingua, della voce (in quella famiglia non ci si parla più). Il Desiderio come stadio terminale del desiderio di autopunizione si rovescia in thanatos, in pura ombra di morte. L'orrore familiare, il suo cuore nero, kuore di tenebra è appunto nel desiderio senza voce, nel desiderio che non trova più una voce per esprimersi. La soluzione non può allora che essere il suicidio come liberazione finale dal desiderio.

Né lisci né impeccabili: un libro in fondo monotematico, senza essere monotono. Una narrazione scandita in quaranta stazioni abitata da un'unica, pervasiva ossessione. Ma se il desiderio è l'anticamera della passione, bisogna dire che la vera, forte passione di Tiziana Colusso sembra essere soltanto quella della scrittura. Forse la più perfetta e onanistica macchina desiderante mai escogitata dall'uomo.


 


 

PIERA MATTEI recensione, febbraio 2005

«Gran parte del senso del libro di Tiziana Colusso è in questo aggettivo: “straniati”, che è un suo neologismo coniato sul termine già originale di Brechtstraniamento – per definire l’essenza del suo teatro, la distanza e l’indecifrabile di quanto ci appartiene e ci fa soffrire. Si tratta dunque anche qui di teatro? Si, certo. Anzi direi della solita tragedia della vita, e in più della stravolta vita di oggi. Ecco che sono le assonanze a condurmi nel discorso. “Straniati” certo richiama “stravolti” e anche “straniti”. L’effetto comico invocato da Brecht, quel distacco che ci lascia – ancora più che indignati – perplessi, è innalzato al quadrato, con la ricerca talvolta dell’effetto grottesco. E’ risibile, tra tutti quanti si mettono in mostra per offrire una spiegazione (o addirittura un rimedio) al compulsivo correre trafelati sul bordo dell’Apocalisse, è lui il “patetico poeta affannato dietro la cronaca del giorno/ indaffarato ad acciuffare la Storia per la coda  / microprometeo incatenato al kronos che non gli perdona / l’antica vocazione oltremondana…” Ironia, autoironia. E come altrimenti potrebbe consolarsi Tiziana Colusso se la natura e l’estro spinge anche lei in quella direzione: “…gli scioglie le ali precipitandolo a ruolo di cubista / - non picassiano ma esibizionista…». Che anzi in sovrappiù, sembra averla dotata – moderna Cassandra – di terribile istinto profetico, se una delle poesie più complete e coinvolgenti è qui dedicata allo tsunami, la famigerata onda anomala che solo dopo l’uscita del libro gli eventi naturali hanno posto sulla bocca di tutti. Tiziana, moderna Candide, passa dalla descrizione di una pandemia a un naufragio, dalla riflessione disperata sui profitti di guerra a quella della stupidità di coppia, ma come Candide dopo ogni catastrofe, si rimette sulle sue gambe e cerca un foglio, una penna, ascolta un ritmo, una rima.»

 


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