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Mario Lunetta
Un
mandylion di immagini/parole
(in occasione dell'evento Il libro delle sindoni)
La voce grafizzata
di Tiziana
Colusso
non accetta la condizione statica della scrittura. Non riesce
a subirla come dimensione di appeasement, pausa contemplativa,
riposo da itinerari sconnessi; in una parola, ORDINE. Al contrario
ne avverte, anzi ne percepisce con forza le potenzialità
di sopruso, il sempre presente conato autoritario. Nello spazio
tra esiguità dell'esperienza e illimitatezza della scrittura
in quanto dominazione, si esplica nei suoi testi (drammaticamente,
e con ironia accentuatamente perfida) la sfida della parola che
vive di continue aggressioni ai danni del Codice, del Cànone,
della Sintassi accreditata. Nessun gioco diplomatico: esclusi
gli interventi di tutte le ambasciate letterarie. La guerra non
è dilazionabile, e la letteratura è la continuazione
della guerra con altri mezzi.
I testi di Tiziana non ricadono mai su se stessi, non cedono
alla tentazione così diffusa di perdersi nell'esplorazione
del proprio ombelico. Il fatto è che i suoi intenti non
sono costruttivi nel senso convenzionale, ma responsabilizzanti
nei confronti di chi li fruisce (stavo per scrivere: di chi si
attenta a fruirli). Troppo spesso, nella vague "decostruzionista",
ormai velocemente invecchiata, l'opzione della neutralità
rispetto al mondo vuoto si è determinata come assenteismo
rispetto alla scrittura e ai suoi vuoti possibili, che
sono ovviamente sempre costipatissimi. La Colusso non cade nella
trappola. Il mondo, per lei, esibisce spudoratamente la propria
devastazione, cercando di imporre in essa l'accentramento della
sottrazione di senso sostituita da catene (tacite o proclamante)
di divieti. E' una strategia dell'imbecillità programmata,
cioè dell'obbedienza. Tiziana oppone a tutto ciò
una scrittura violentemente consapevole, non priva di tratti
sovversivi. Il ricatto della letteratura come serenità
e luogo di pacificazione non funziona nei suoi confronti.
La sua convinzione si fonda sulla certezza che la letteratura
abbia ancora una funzione solo se si prova a mettere in scacco
le sicurezze e le garanzie che offre il consumo della scrittura
confezionata come medium per esporre (appunto, come nella vetrina
di un negozio) storie rassicuranti e, alla fine, edificanti.
E' la sigla della postmodernità, l'incontro, la saldatura
tra banalità dell'immaginario elettronico e prevedibilità
del pensiero posto sotto tutela (ideologica, politica, religiosa).
Gli si oppone, nei testi colussiani, un pensiero impregiudicato
(quindi, libero) che autodetermina i propri movimenti e disegna
la propria frantumazione. Il gioco è senza rete. Il fruitore
non gode di nessuna assicurazione, né sulla letteratura
né sulla vita. E' davvero nei guai: provi a cavarsela
come può, se può. L'universo frantumato dell'autrice
è di volta in volta disseminato, nel suo estremismo senza
commenti e senza didascalie, come una serie di interrogazioni
che non pretendono risposta, e bruciano come piccole torce inconsumabili
nella torva notte della sonnolenza diffusa.
Si tratta di
torce né lisce né impeccabili, proprio perché
non sono torce rituali, ma bruciano nello stesso modo in cui
brucia la scrittura tutte le volte che il LIBRO non è
un contenitore ma un comburente. Parole gualcite, stropicciate,
impatinabili insomma: esattamente come i testi iconici di
Enrico Frattaroli, suo partner-complice
in questa impresa di radicale laicità che si nomina Il
libro delle sindoni, "perturbazioni testuali e visive"
- iuxta sottotitolo. Due intelligenze che si confrontano e si
integrano, quella di Colusso e quella di Frattaroli. Due modi
di costruire alternative inattese di fronte alle aspettative
di chi auspica la compiutezza esente da dubbi delle forme codificate.
Una proposta discretamente blasfema, perciò: in tutti
i casi, non priva di quella componente sarcastica che nei linguaggi
della modernità più puntuale e perifrastica a me
pare indispensabile come l'acqua l'ossigeno.
Com'è noto, il lenzuolo più famoso del mondo, quello
che la vulgata chiama Sacra Sindone, è stato sottoposto
nei secoli (nei millenni, per i credenti) a tutta una misteriosissima
serie di traumi e contaminazioni. Le analisi con il carbonio
14 hanno cercato di fare chiarezza nell'intricatissima foresta
delle supposizioni, delle ipotesi e delle mistificazioni, con
risultati disperatamente opinabili, ai quali - è da supporre
- va commisurato almeno il rispetto per certe elementari ragioni
dell'intelligenza.
L'irriverente duo Colusso-Frattaroli si inserisce nella confusa
scacchiera dell'"Enigma Torinese" con spirito assolutamente
alieno da qualsiasi pulsione teologico-fideistica: e si appropria
dell'imago sindònica per realizzare una sorta di
metonimia laica. La loro è una strategia rovescia, che
all'Assoluto della compiutezza della Sacra Sindone oppone il
Relativo della frammentazione linguistica, la perdita di centro
dello specifico espressivo. In loro, l'ostensione allegorica
del Mandylion, del Grande Fazzoletto 4,36 x 1.10, non replica
ad infinitum se stessa come nella realtà del celeberrimo
sudario, ma occulta e complica il senso della Narrazione Impossibile:
è un'ostensione di oscurità, di reperti dispersi,
di tracce fantasmatiche.
Frattaroli si dà come cercatore di orme, cacciatore di
impronte abbandonate da qualche marciatore senza speranza. Il
suo connubio con le schegge veloci di Tiziana Colusso non è
una promessa di placamenti, ma una spettrografia di apparizioni
ulteriori la cui decifrazione non può riuscire in nessun
caso definitiva. L'insoddisfazione cementa clasticamente gli
esiti dei due perfomers "sindonici" e li esalta nella
stretta dello stile. Uno stile, si direbbe, della scarnificazione
permanente, dell'essenzialità feroce, dell'eleganza aggrinciata
di spigoli. Uno stile perturbato, che si nutre di inquietudini
e di assenza. Uno stile che del desiderio fa insieme la propria
divisa e la propria aspirazione dannata. "Nelle mie Perturbazioni
- osserva Frattaroli - la perturbazione è corpo, la tela
è impronta (materia perturbata), il supporto memoria della
sua forma geometrica, non perturbata (il formato astratto). Nella
sindone di Colusso, il desiderio è corpo (il perturbante),
la tela è scrittura (linguaggio turbato), il supporto
è il formato". E il fruitore è avvertito:
"Il libro delle sindoni è ancora da scrivere".
Accademia Platonica,
settembre 2001
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Enrico Frattaroli
Il libro delle sindoni
Intervento letto in occasione della presentazione del libro Nè lisci né
impeccabili di Tiziana Colusso presso il Sindacato Nazionale Scrittori,
il 22 marzo 2001.
La mia posizione nei
confronti di questo testo non è del tutto distaccata, non può esserlo. Me lo
impedisce l'essere stato complice dell'autrice nel ragionar d'amore. Me lo
impedisce, soprattutto, la copertina del libro, su cui appare l'immagine di
una Perturbazione, cioè di una mia opera. Un'opera
visiva che Tiziana Colusso volle porre in risonanza con il titolo - poi
revocato - di Una sindone formato A4. Un racconto dallo strano destino,
scritto appositamente come soglia del libro, caduto in prescrizione come
titolo e sparito dalla pubblicazione come racconto, ma in cui io credo di
ravvisare la chiave di questa raccolta, o piuttosto di una raccolta a
venire.
A questa silloge di testi, Tiziana Colusso
ha cambiato più volte titolo e immagine di copertina. S'intitolava Il Buddha femmina (il racconto è tuttora presente nella raccolta)
quando, nella primavera del 2000, ne lessi la redazione dattiloscritta. Ma
l'aveva già intitolato Ancora un satòri
a Parigi, e, successivamente,
Anche la voce non
avrà fine (entrambi parte dell'attuale scelta). Optò per
Crespature a metà settembre. Ai
primi di ottobre, dopo una breve suggestione per Movenze,
puntò definitivamente su
Né lisci né impeccabili.
Quando la informai che uno
dei racconti intorno ai quali si sarebbe mosso questo mio discorso sarebbe
stato Les acrobates en gris (Gli acrobati in grigio) venni a sapere (o avevo
dimenticato?) che il famoso quadro di Leger a cui il racconto s'ispira
avrebbe dovuto, a suo tempo, prestare anch'esso e titolo e immagine al
libro. Non solo, venni anche a sapere (ma forse l'avevo dimenticato) che
l'immagine legata a Una sindone
formato A4 avrebbe dovuto essere, in un primo
tempo, un'opera di Ives Klein, l'impronta di un nudo femminile - in
blu-Klein, naturalmente - su lenzuolo bianco.
Se mi dilungo sulla scelta del titolo e
dell'immagine di copertina, è perché il dilemma di Tiziana Colusso io non
credo fosse legato a una questione di soglia o di strategia comunicativa, ma
a un'esigenza profonda di cogliere, nel modo più esatto possibile, qualcosa
di instabile, di sfuggente, qualcosa che aveva a che fare con il tema dei
racconti, con la tecnica della loro scrittura e con l'architettura
complessiva del testo: in tutti e tre i casi, con qualcosa che si comincia a
possedere a partire dalla sua stessa perdita o dalla minaccia di una perdita
definitiva, e che "chiede di essere salvato".
Sindoni, satòri, crespature, movenze. Ogni racconto, in fondo, è una
sindone, un satòri, una crespatura, una movenza. In ogni racconto, qualcosa
muta nell'ordine piano delle cose, un evento prende le mosse a partire da un
altro, si stacca, si staglia, coglie il soggetto di sorpresa, lo spiazza
dall'interno, lo conduce di fronte a qualcosa d'inaspettato, di rivelato. Un
desiderio in fieri, che porta alla deriva o prende alla gola, un desiderio
perduto o un desiderio goduto le cui tracce stanno dileguando.
LES ACROBATS EN GRIS
Più che un racconto, è
un'immagine in sospensione, la cui fragranza di desiderio appena appagato
ristagna nell'aria ferma e sui corpi acquetati: nelle dita di lui che
accarezzano la fronte e le labbra di lui, nella coppa della mano di lui che
contiene il seno ancora ansante di lei, nella prossimità della testa di lei
all'inguine di lui. Bave di desiderio esaudito, madori di piaceri goduti,
dissolvenze di turbamenti carnali. Una perturbazione dei sensi, còlta un
attimo prima del suo totale dissolversi. Prima che la superficie della vita,
increspata dal desiderio, torni alla dimensione piana a cui il desiderio
l'ha sottratta.
Ho sempre concepito il tempo del desiderio
come verticale rispetto al tempo orizzontale in cui si dispongono gli eventi
non toccati dalla sua ferocia o dalla sua grazia. Il tempo del desiderio è
incommensurabile col tempo in cui scorre il resto della vita. Se in un
momento qualsiasi, di una qualsiasi giornata, un desiderio di colpo ci
sorprende e prende forma in noi, noi sentiamo che quel desiderio, per sua
natura, esige il distacco dalla concatenazione degli eventi. Suadente o
dispotico, il desiderio esige tutto il tempo per sé, tutta l'attenzione,
tutta la dedizione, la sospensione totale di qualunque altro avvenimento in
corso di vita. Ecco dissolversi, allora, il tempo tout court ed
ergersi, al suo posto, il tempo del desiderio. Un tempo che non
scorre, ma si contrae, o si annoda, o si espande in se stesso.
I nostri "acrobati" in
viaggio, colti dalla lievitazione di un desiderio divenuto ormai
"irrevocabile", sono stati costretti a sospendere il viaggio, a dismettere
la meta, ad arrestare la corsa per dar corso a un turbamento che li aveva
già oltrepassati. Tutto è avvenuto nell'ora panica del meriggio, nella
calura estiva che allenta le fibre e la logica, spopola il paesaggio, rende
immobile il tempo.
In scrittura, un'isotopia della quiete: "riposo", "immobilità",
"spossatezza", "levigatezza", "quiete geometrica", "inespressività
marmorea". Più che un racconto, è un fermo immagine. Ancora pochi istanti,
giusto il tempo che sopisca del tutto l'ansimare di lei, che la coppa delle
dita di lui si stanchi intorno al seno di lei, che il movimento delle dita
dell'altro si perda sulla fronte di lui, che l'inguine dell'uomo al volante
sia abbandonato dalla testa di lei ed ecco che il viaggio riprende, e
nell'orizzonte tornano a inscriversi di nuovo la strada e la meta.
Questo rapporto di reciproca esclusione, o
di indeterminazione, fra tempo quotidiano e tempo del desiderio si riscontra
in più, forse in tutti i racconti. In
Alba d'inverno, un'improvvisa
accelerazione del desiderio spinge l'operaio a derogare dalla tabella di
marcia di fabbrica e di vita e a deviare nelle braccia di una prostituta.
Nello splendido Passeggeri in transito,
ci si muove in un'atmosfera panica artificiale, in una sorta di luogo senza
tempo tinto, sospeso in un crepuscolo perenne, luogo di incrocio e
mescolamento di destinazioni, di provenienze e di fusi, clima quanto mai
fertile per accendere il desiderio come in un meriggio estivo. In Hammam
la protagonista si lascia intorpidire dai vapori, dai massaggi, dai profumi
fino a non avere più la forza di rientrare nel tempo, di guardare l'ora,
prendere l'aereo, ricordare la meta. Nella Canzone dell'acqua
un desiderio più vasto e profondo distoglie la donna dall'appuntamento con
l'uomo che l'attende: il piacere che già comincia a colmarla entra in
risonanza con l'acqua di una fontana, di fronte alla quale si è fermata a
dissetarsi sulla piazza al tavolo di un bar, un piacere fluido e sonoro che
l'invade fino a cancellare tutto lo spazio (la piazza, il tavolo, il caffè)
e il tempo (l'appuntamento amoroso). In Nemmeno una goccia, dove sembrerebbe accadere esattamente il
contrario, l'uomo gode nel porre il proprio godimento in bilico sulla porta
di casa, sull'orario di uscita per il lavoro; piacevolmente e crudelmente
rifutatosi per tutta la notte al desiderio della moglie nel letto coniugale,
ora gode nel contrapporre il tempo quotidiano al tempo straordinario del
desiderio, a contrappuntare col calpestio dei bambini per le scale la sua
fellatio, ad opporre la camicia immacolata al suo orgasmo, la perfezione del
suo vestito in lino azzuro al suo sperma, da nessuna delle gocce del quale
dovrà essere macchiato.
UNA SINDONE FORMATO A4
Fin dalle prime righe di
Una sindone formato A4, la scrittura si prefigura come rapporto fisico,
corpo-a-corpo emblematicamente cercato nell'uso di una vecchia macchina per
scrivere che implichi sforzo fisico. Scrittura già metaforicamente legata ad
un rapporto d'amore, al raggiungimento di un acme per violazione di "vetta
immacolata".
Anche qui, la situazione è post-amorosa, il tempo rilevato è l'istante "incerto",
"infido", in equilibrio tra la notte e il giorno, sospeso tra la
conservazione e la perdita. Qui, scrivere è trattenere qualcosa che sta per
dissolversi, non narrandolo, ma trascrivendone le tracce odorose
direttamente sulla pagina. La traccia dell'evento, infatti, è già scrittura,
e il corpo è la pagina su cui è già inscritta.
Ma troppo labile è la traccia "di cannella e corteccia", troppo
fragile la carta del corpo. Non c'è tempo per la narrazione: "sfila il
foglio dalla macchina e lo appoggia con delicatezza al suo ventre odoroso,
come una sindone in formato A4." Trasmutazione diretta del desiderio in
scrittura. Scrittura come impronta di tracce che il desiderio ha lasciato
sul corpo in forma di odori, di umori. Non narrazione di qualcosa, ma
trasmutazione di quel qualcosa in scrittura. "Il corpo del foglio è un
lenzuolo immaginifico…": doppia trasmutazione, quindi, e di scritture e
di corpi: delle tracce odorose in scrittura, della pagina del corpo nel
corpo del foglio.
La sindone è corpo, dunque: non semplice orma, ma forma fisica, corporea
della mancanza.
PERTURBAZIONI
L'algoritmo delle mie Perturbazioni è questo.
- Primo passaggio.
Stendo una tela (una trama di cotone,
finora in bianco o in nero, impregnata di collante liquido) su un piano di
eguale forma e dimensione (una lastra in vetro, perspex o PVC). La rendo
perfettamente liscia e distesa, perfettamente coincidente col piano
geometrico che la sottende.
- Secondo passaggio.
Imprimo alla superficie un movimento o una sequenza, ridondante o
contrastante, di movimenti: la sfioro, la sospingo, la sollevo, l'accarezzo,
la tendo, la contraggo: la superficie s'increspa, si corrùga, si tende,
sale, ricade: pieghe di varia natura si creano, si sommano, si formano
protuberanze, turgori …
- Terzo passaggio.
Mi fermo: la lascio asciugare,
rapprendere, fissare.
Sotto la perturbazione
impressa dalle mie mani, la tela ha lasciato scoperte intere regioni del
piano sottostante. Essendo le due superfici equivalenti, ne consegue che
l'area scoperta del piano è identica all'area della tela turbata. Spesso
questa equivalenza sorprende, sembra impossibile che uno slittamento così
modesto abbia prodotto un movimento così ampio. Che una così scarsa
superficie piana abbia dato luogo a un'orografia così turbata e complessa.
Ma il piano, immutabile nella sua geometria, sta lì ad attestarlo, a rendere
tangibile la misura dello slittamento, la distanza fra i due stati,
geometrico e turbato, della tela. Nello spazio di questa oscillazione, si
inscrivono tutte le perturbazioni di uguale equipollenza, pur nell'infinita
diversità della forme raggiunte.
SINDONE & PERTURBAZIONE
La scelta di una mia Perturbazione come chiave visiva del libro ha fatto sì
che il libro diventas-se chiave poetica della mia opera visiva. Un'opera ne
interroga un'altra. Un'opera dà all'altra l'occasione di capirsi, spiegarsi,
interpretarsi, trasfigurarsi… Non un rapporto emblematico, araldico, quindi,
ma un rapporto di traduzione, di trasmutazione reciproca.
Non avevo mai pensato alle mie perturbazioni come sindoni. È vero, un giorno
il mio amato, osservandola da lenzuola non meno perturbate, mi aveva chiesto
- tra il candido e il provocatorio: "è una sindone?". Sulle prime rimasi
sconcertato, certamente per l'immediata e involontaria associazione con
quella Sacra. In più, il concetto di sindone non mi restituiva il carattere
autoreferenziale della Perturbazione, irrelato a un qualsiasi oggetto
di cui fosse la forma. Se di qualcosa era l'impronta, pensavo, lo era
unicamente del corpo-a-corpo con le mie mani.
E non era forse concepibile che questo corpo-a-corpo fosse esattamente il
corpo di cui la tela era l'orma, l'impronta, e, quindi, la sindone?
L'effetto sindone non è dato solo dal lenzuolo, o dall'impronta, ma anche
dall'istante raggelato, fissato sulla tela, nella tela, dalla tela come da
un'emulsione fotografica. (Forse la Sacra Sindone è la prima lastra
fotografica, il primo dagherròtipo ante litteram della storia. Non a caso è
un negativo, un'orma, un'impronta.). Non impronta di un corpo, quindi, ma di
un evento, di un turbamento in atto, del movimento di un desiderio
direttamente trasferito nella materia stessa della tela.
RICAPITOLANDO
- Il titolo e l'immagine
del quadro di Leger credo fossero troppo definiti e circoscritti per
abbracciare la varietà di attraversamenti di desideri e scritture.
- Le impronte di Klein sono impronte di corpi, pure orme fisiche. La tela è
un supporto, il blu è l'orma, il corpo è l'oggetto.
Invece.
- Nelle mie Perturbazioni la perturbazione è corpo, la tela è
impronta (materia perturbata), il supporto memoria della sua forma
geometrica, non perturbata (il formato astratto).
- Nella sindone di Colusso, il desiderio è corpo (il perturbante), la tela è
scrittura (linguaggio turbato), il supporto è il formato (l'A4),
Ciò che Tiziana Colusso alchimicamente
cercava, quindi, era il paradigma, la matrice, l'algoritmo fondamentale di
un'operazione di scrittura a cui ricondurre ogni satòri, ogni crespatura,
ogni movenza. Vale a dire
una sindone intesa come tecnica stessa di scrittura. Scrittura del desiderio (genitivo soggettivo),
verticale come il tempo del desiderio (altro genitivo soggettivo), scrittura
in forma di sindone il cui libro è l' immenso "lenzuolo immaginifico,
pronto a raccogliere", come lei vuole, "altre voci, altre invocazioni".
Non tutti i racconti né
lisci né impeccabili riconducono a questo paradigma. Il
libro delle sindoni,
infatti, è ancora da scrivere.
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