Mario Lunetta – gli interventi critici su Tiziana Colusso

nella foto Mario Lunetta presenta “Il sanscrito del corpo” di Tiziana Colusso all’Isola Tiberina (2007)

sotto: Recensione  al volume “Italiano per straniati” 2004 su rivista L’IMMAGINAZIONE

RECENSIONE DI MARIO LUNETTA A “ITALIANO PER STRANIATI” DI
TIZIANA COLUSSO (2002)
Tiziana Colusso: un elastico teso tra Beckett e Buddha
Il rapporto di Tiziana Colusso con il linguaggio è, per sua fortuna, tutt’altro che pacifico. La
scrittrice romana sa che quello che chiamiamo appunto linguaggio letterario non è esplicativo ma
interrogativo, non è descrittivo ma autoreferenziale, nel senso che non chiarisce e non giustifica
nulla se non la propria presenza, la quale poi, quanto più è forte e complessa tanto più contiene nel
suo phaìnomai elementi, strati, relitti, scorie di molteplice. Quando è consapevole, l’inevitabile
narcisismo della scrittura letteraria è un punto di forza, non un orpello risibilmente vanitoso. In
questo senso la poesia degna del nome rivolge sempre (anche) contro di sé le pulsioni narcissiche
dell’autore, e le fissa in linguaggio “autonomo”.
E’ precisamente quanto avviene in una raccolta come Italiano per straniati, che fin dal titolo opera
un depistaggio ironico-critico nei confronti delle pigre attese del destinatario (straniati anziché
stranieri, come nell’automatismo della vulgata) e ribadisce le sue intenzioni in esergo, Brecht
favente. Nel progetto di Colusso, quindi, le assi cartesiane del libro fissano una grammatica dello
straniamento, una volta accertato che, se il mondo è quello che è, lo stesso mondo è quello che
appare: ovverosia, un groviglio di enigmi da leggere con un’ottica non frontale e uno strumentario
sguincio: prima di tutto, quindi, deautomatizzando il linguaggio. Che è, come sa bene ogni poeta,
una bestia difficilmente addomesticabile: e allora, appunto, non va addomesticato ma
semplicemente messo in crisi di identità. E’ quel che càpita nella poesia epònima di apertura, che
scatta in un incipit invidiabile: “Ho la lingua bruciata dalle vanità”: e che, sotto colore di produrre
con leggerezza un elenco di noie, di incombenze fastidiose, di beghe quotidiane, si risolve in una
dichiarazione di poetica obliqua, e di sconfinato amore per la lingua – proprio perché, quanto più
Colusso avverte con sofferenza e disgusto la riduzione di essa a merce gregaria per “straniati” ignari
di qualsiasi ostranenja in quanto sic et simpliciter alienati, tanto più la sua passione si ribella
irriducibilmente alla cadaverizzazione del logos, e ne rivendica il diritto a un’esistenza altra:
qualcosa che, in parole povere, equivale ad una dichiarazione robusta di riappropriazione e di libertà
d’uso e di fantasia: “Lingua patria & matrigna /lingua gramigna/ lingua da banditori e grulli
/specchietto per allocchi che riempie di reality soap in vuoto di realtà, /language de dépistage /
(obbligatorio per essere à la page)”. Oppure ancora “Lingua di cicale. Lingua morta. Lingua
spezzata. Nemmeno una parola per essere salvata. /Glossite da glossolalia. E così sia”. Questo
perché in effetti l’italiano più diffuso e pervasivo, quello sconciato della tv, è ormai una sottolingua
stupidamente spudorata, tutta emotiva e modaiola, piccologergale e paramafiosa: non più dialetto
selvaggio o impasto pieno di furor di rivincita sociale, ma solo microkoiné per sguatteri e buffoni. E
qui, mi pare, poggia anche la valenza politica del testo che apre il libro di Tiziana: e, non foss’altro,
lo certifica con estrema urgenza una poesia come “Epidemos (language is a virus)”, in cui vale il
reciproco, “virus come linguaggio/ lingua tumorale di segni sintomatici che proliferano a cloni, a
grappolo, a rete:/ partenogenesi virale ipersegnica, ipertrofica. /Guerre non dichiarate simulano
un videogioco che simula il campo di battaglia: /una cancrena divora invisibile gli organi vitali del
pianeta, / senza più Storia, senza più storie da raccontare, / tranne forse un unico ipertesto
disperato…”.
La peste si aggira dovunque, aggredisce le cose, i corpi e i segnacoli. Eppure il linguaggio funziona
come anticorpo potentissimo, e ad esso Tiziana si affida perdutamente, nel cuore di una metafora in
cui resiste l’ombelico della sua città, dell’”isola lazzaretto”, della “morgue tiberina”, quando si apre
in una liberatoria dichiarazione d’amore: “Roma mia, amata di sguincio, soprappensiero, Roma mia
appestata, /Roma che s’offre spudorata ad ogni sguardo dal Pincio”.
E’ il primo movimento di un percorso che procede per aggregazioni di senso e variazioni di lingua,
in un libro lucidamente disegnato, strutturalmente solido. Colusso è un poeta di specie
autoriflessiva, quindi metalinguistica (come avviene nella modernità più interessante), e
naturalmente sottopone a un bel gioco di rèdini (briglia corta, briglia lunga) gli impulsi del pathos.
Ciò che per lei soprattutto conta è l’assetto sintattico e, par conséquent, il tono, la gradualità degli
effetti. Il canto non è nelle sue corde né nei suoi presupposti teorici: “sempre negata all’elegia
distesa / a far la rima in quiete”. In un testo analitico-programmatico come “Inciviltà
dell’immagine”, che non è il solo momento prosastico a interferire nel corpo della versificazione,
come ad abolire gli steccati dei generi (vedi Campana, o Valéry, o Zanzotto), si parla di parola
ormai “degradata al rango di didascalia”: per aggiungere poi, molto consapevolmente: “Certo, lo
so, la mia è una posizione impopolare, perché il pubblico ha il diritto di vedere, come a poker:
vedere, non capire, che è tutta un’altra cosa, una chimica sottile, invisibile/indicibile”.
Una chimica sottile, appunto: su questa ipotesi, potremmo dire, si snoda l’avventura poetica di
Tiziana, che è – malgrado, e anzi proprio perché così intrisa di coscienza dei propri strumenti di
invenzione e di esame – intrisa a fondo di molti rifiuti e di molte indignazioni: la volgarità
mercenaria, la sopraffazione, la guerra permanente che massacra non solo i corpi degli uomini, ma
anche la comunicazione, i rapporti interpersonali, le menti, in una giostra di menzogna e di buia
arroganza. Indignatio e ironia, magari talvolta spinta fino al sarcasmo crudo, o al paradosso tra il
serio e il faceto (“Buddha femmina rap”): è in questo ring che l’estro intelligente di Colusso si
muove, danza, ferisce. L’esperienza del vissuto si mescola alle strategie dell’inconscio, filtrate alla
griglia di una cultura sofisticata, in cui le lingue fanno massa con la Lingua, feticcio indistruttibile
di tutti i poeti che pensano eroicamente. E mi corre alla mente, a questo punto, una frase che Dario
Bellezza disse a Renzo Paris in una manifestazione di poesia (cfr di quest’ultimo Ragazzi a vita,
Marcos y Marcos, 1977), a proposito di Amelia Rosselli: “E’ la solita Amelia, pazza quando vuole,
con l’italiano zoppicante degli stranieri”. Amelia Rosselli, che dominava perfettamente l’inglese e il
francese, aveva più di un problema con l’italiano: donde certe sue suggestive oscurità, certi suoi
misteriosi raptus metaforici. Tiziana Colusso domina anche lei l’inglese e il francese, e domina
anche l’italiano: anche per questo, credo, il suo delirio non è sacrale, non è eleusino, ma
estremamente concreto. La poesia non si fa in trance, anche quando si fa in sogno.
Il sogno di Tiziana è lucido, quindi la sua dizione non è evocativa, neppure nelle poesie d’amore più
esplicite (“Terra di latte e di miele”, “Se ti tocco”), oppure – miracolo! – nei momenti di
contemplazione più ammaliata di certi luoghi o testimonianze d’Oriente (“Le braccia del
Bodhisatva”). Già, perché l’Oriente è uno dei referenti più segreti dell’intero libro, e si esplicita sia
nei movimenti di una forma mentis (spesso strategicamente passivizzati a accumulare energie) che
in quelli di una forma calami, come si vede ad esempio in “Atlante della luce” o in “Mi esercito al
silenzio”. Colusso, che ha aperto il suo intenso Italiano per straniati con una serie di gesti
fortemente dinamici, lo chiude disponendosi in quello raccolto e impassibile dell’ascolto dharmico:
“rinnego il poema del mondo / Inspiro, espiro” – forse pensando a Cocteau, alla sua battuta
impertinente contro l’ispirazione in poesia.
Accademia Platonica, agosto 2004 Mario Lunetta

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