2000
Né lisci né impeccabili

Né lisci né impeccabili, Arlem, Roma 2000 – racconti  ISBN 88-86690-30-4 – copertina Enrico Frattaroli <br>

Né lisci né impeccabili, sono i pensieri, i gesti, i proclami, i sogni, i desideri. Ognuna di queste microstorie è uno strappo, una piega nel tessuto della vita, una gualcitura, per dirla con Wittgenstein: «Come la carta argentata che, una volta piegata, non può tornare perfettamente liscia, quasi tutti i miei pensieri sono un po’ gualciti». Sotto uno sguardo a volte rabbioso, a volte commosso o ironico, ma mai acquiescente, mai addomesticato, le identità e i punti di vista si ribaltano mostrando il rovescio delle cose, le loro verità ulteriori, le aperture inaspettate su altre latitudini interiori. (dalla quarta di copertina)

Proponiamo qui uno dei fulminei racconti della raccolta (pp.17-18) , intitolato LA FONTE DELLA VISIONE

  «Ho visto un sogno, come dicevano i greci – idéin to onar. All’inizio del sogno cammino con mia madre, le voglio mostrare dove prendere l’autobus su rotaie – nei sogni può succedere veramente di tutto, perfino che mia madre salga su un autobus. Ci incamminiamo in una scorciatoia, lei si lamenta inorridita per i rifiuti e i preservativi che lastricano la stradina, poi inaspettatamente ci troviamo di fronte ad una bassa costruzione o grotta con una fonte all’interno. D’improvviso accanto a me non c’è più mia madre, ma una compagna – più che vederla la percepisco dal modo silenzioso e solidale con cui sta al mio fianco, potrebbe essere Lucia ma non la metto a fuoco, mi basta sentirne la presenza. Sono invece concentrata su quanto accade alla fonte, ci sono bambini e donne assorti, silenziosi, all’entrata c’è una vasca di acqua profondissima e gelida da superare, è troppo fredda per poterla passare a guado e di una profondità abissale, non se ne vede il fondo. All’interno di questa c’è un’altra vasca nella quale cade direttamente l’acqua della fonte, da una cannula.

   Dopo aver riflettuto un po’ – o forse dietro suggerimento della figura che mi accompagna, presente al punto da comunicare con me senza pronunciare parola – scopro che posso sorpassare la prima vasca appoggiandomi ai bordi di pietra, senza bagnarmi, c’è un muro sul quale appoggio la mano camminando sul perimetro stretto della vasca. Arrivata alla vasca interna, tiepida e accogliente, mi immergo e raggiungo la fonte. Assaggio l’acqua, è leggermente salata, densa ma non  sgradevole, chiamo la mia compagna a raggiungermi, alzando lo sguardo mi accorgo che alle spalle della fonte si apre uno spazio moderno e luminoso, ci arrampichiamo fino a lì e ci sediamo in una sorta di salottino d’attesa. Alle nostre spalle un gruppo di persone discute animatamente, sembrano scienziati: e infatti prendendo un libro appoggiato in un angolo del salottino scopro che è un libro scientifico, un trattato di ottica, ma con una copertina orientale, che riproduce l’immagine classica del viso indiano con gli occhi allungati e il terzo occhio sulla fronte. All’immagine si sovrappone l’iconografia cristiana di Santa Lucia che porta in un vassoio gli occhi strappati dai suoi persecutori: perché mai alle nostre latitudini è necessario il martirio per accedere ad un altro sguardo? Poso il libro e in punta dei piedi usciamo senza farci vedere, forse temendo che si tratti di una base segreta e che ci credano delle spie. Rifacciamo il cammino inverso per uscire. Ad un tratto mi accorgo che la mia compagna – la sua presenza essenziale e discreta mi ricorda le figure che accompagnano il percorso iniziatico dantesco – sta pregando a fior di labbra per la mia incolumità mentre io riattraverso la vasca pericolosa camminando in bilico sui bordi scivolosi: e finalmente siamo fuori, fuori dalla fonte, dalla caverna e dal sogno.»

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